Officina didattica di Yahis Martari

Questo spazio è pensato principalmente per gli studenti dei corsi universitari di Didattica dell'Italiano (LM) e Linguistica Italiana (LM) presso l'Università di Bologna. In questo spazio troverai: passi di articoli e saggi e pubblicati e no; materiali di lavoro per la didattica della lingua, per il laboratorio di scrittura, per lo studio della linguistica. A tutti buon lavoro!

L’analisi testuale e l’analisi strutturale (secondo Roland Barthes)

Riporto di seguito i contenuti della lezione teorica del laboratorio di linguistica italiana del 21/04/09. La fonte principale è L'avventura semiologica di Roland Barthes (Einaudi).

Innanzitutto, quando si lavora in modo analitico sui testi, vale la pena di porsi la seguente domanda. Perché tanta fatica?
Ecco una buona risposta:
“Quando si analizza un testo, in ogni momento, dobbiamo reagire all’impressione di evidenza, il “va da sé” di ciò che è scritto. Ogni enunciato, per quanto futile e normale possa sembrare, deve essere valutato in quanto struttura attraverso una prova mentale di commutazione… un buon analista del racconto deve in un certo senso immaginare un controtesto, immaginare l’aberrazione dal testo, ciò che è narrativamente scandaloso… in questo modo si avrà il coraggio di accettare il carattere spesso molto banale, pesante e evidente, dell’analisi”.


Analisi testuale e analisi strutturale non sono la stessa cosa. Posto che noi ci interessiamo maggiormente a quella testuale, vale la spesa comunque di inquadrare teoricamente entrambe. Possiamo farlo così:

• L’analisi strutturale si applica prima di tutto al racconto orale (mito)
• L’analisi testuale si applica unicamente al racconto scritto
• Le due analisi non si escludono né per gli strumenti né per il metodo; possono convivere
• Differisce radicalmente il fine. L’analisi strutturale cerca la struttura fissa in relazione a una grammatica del racconto (langue). L’analisi testuale cerca la struttura mobile e l’esplosione e la dispersione del racconto (parole)

Ma qual è, in termini semiotici, il fine dell’analisi testuale?
Partendo dalla definizione della “significanza” che è una radice di senso: cioè, testo, spazio, processo di significazioni all’opera... tutto questo è la significanza di un testo.
Ciò detto, l’analisi testuale non cerca di descrivere la struttura di un’opera … ma piuttosto di produrre una strutturazione mobile del testo, di restare nel volume significante dell’opera, e quindi, per l'appunto, nella sua significanza (parole)fatta di spazio, processi ecc.

Metodo dell’analisi testuale
In pochi passi, qui di seguito, le linee di metodo dell'analisi testuale.

1. Suddividere il testo in lessie numerate
La suddivisione non deve essere fondata teoricamente; poiché ci troviamo nel discorso e non nella lingua, non dobbiamo aspettarci che vi sia un’omologia facile da percepire tra il significante e il significato… Insomma la frammetazione in lessie è puramente empirica, dettata da comodità

2. Osservare i sensi
Intendiamo le connotazioni delle lessie, ossia i sensi secondi. Possono essere delle associazioni (descrizione fisica > carattere) o relazioni (risultato di correlazioni tra luoghi testuali anche lontani)

3. Analizzare il testo progressivamente
La nostra lettura sarà al rallentatore. Non miriamo a ricostruire la struttura del testo, ma a seguire la sua strutturazione.

4. Dimenticare i sensi

Dimenticare alcuni sensi fa in qualche modo parte della lettura: ci interessano i punti di partenza del senso, non gli arrivi…
L’idea di struttura e quella di combinatoria infinita; la congiunzione di questi due postulati si impone perché il linguaggio è al tempo stesso strutturato e infinito.


In questa prospettiva non interessano:
• l’autore,
• la sua collocazione nella storia letteraria,
• il fatto che il testo sia una traduzione.

Ci sono invece alcuni elementi su cui Barthes pone sempre grandissima attenzione. E cioè i seguenti:

Il titolo
• Ogni titolo comporta due funzioni: enunciatrice (dice) e deittica (indica)
• Ogni titolo ha anche una funzione “aperitiva” (“il racconto è una merce la cui offerta viene preceduta da un imbonimento ad opera del titolo stesso)

I nomi propri
• “Un nome proprio deve sempre essere analizzato accuratamente, poiché il nome proprio è il principe dei significanti; le sue connotazioni sono ricche, sociali e simboliche”
• La presenza di titoli (Ing., Dott. ecc) di qualsiasi tipo significa socializzare un oggetto testuale

Parole inutili (?)
• Alcune parti del racconto servono soprattutto a “irritare il lettore” nell’attesa in virtù della loro insignificanza
• La cosa spesso ha rilevanza in relazione alla funzione aperitiva

I codici
• Il termine codice non deve essere inteso nel senso rigoroso del termine. I codici sono semplicemente campi associativi; i codici sono tipi di già-visto; il codice è la forma di questo già costitutivo della scrittura del mondo.
• I codici culturali sono i codici dei saperi umani: codice scientifico, retorico, cronologico, socio-storico.
• La banalità delle notazioni codificate non deve disturbare; è anzi essa a rendere leggibile il racconto

Il codice cronologico
• Il codice cronologico spesso offre un puro effetto di realtà: il numero connota la verità del fatto; ciò che è preciso è considerato reale.
• Inserimento di deittici shifter o embrayeur

I fatti
• I fatti sono presi in paradigmi in cui si oppongono alla mistificazione
• Spesso nasce una congiunzione di codici; per esempio quello della scienza (o della cronaca) con quello dell’enigma poliziesco

Il "prezzo" del racconto
• Il prezzo del racconto si alza più le cose si allontanano dall’ovvietà
• Il racconto di cronaca e scientifico sono fatti spesso in cambio di un’esigenza di contro-errore

Io
L’enunciazione di “Io” comporta

• Io narratore vs tu lettore
• Io testimone di un fatto vs altri soggetti all’interno della storia
• Io attore vs altri attori

Notazioni metalinguistiche
• Annunciare ciò che segue
• Annunciare con valore aperitivo un discorso
• Discorsi sulla facilità/possibilità di tenere un discorso
• Annunci, riassunti, precauzioni oratorie

Analisi strutturale: caratteristiche
e principi generali dell’analisi


• Si costituisce sulla base della linguistica
• Parte da una teoria: “un modello ipotetico di descrizione”
• È un metodo scientifico che “è a malapena un metodo e certamente non è una scienza”
• Riguarda un linguaggio culturale quindi è inevitabilmente ideologica

Principi generali dell’analisi strutturale

1. Principio di formalizzazione
Si fonda su langue/parole saussuriano.
Ogni racconto della massa apparentemente eteroclita di racconti è la parole. Non si può né si deve analizzare un testo in se stesso. Il testo è una parole che rinvia a un codice. L’analisi strutturale è fondamentalmente comparativa: cerca le forme, non un contenuto.

2. Principio di pertinenza
Come in fonologia, quello che conta è la differenza.
Il senso non è dunque un significato pieno, ma un correlato, una connotazione. Quando analizziamo un testo dobbiamo reagire all’impressione dell’evidenza.

3. Principio di pluralità
L’obiettivo dell’analisi strutturale è tracciare un luogo geometrico, il luogo dei possibili del testo.
Il senso in quanto pluralità non è agnosticismo filologico o liberalismo interpretativo: il senso è la pluralità.

Metodo dell’analisi strutturale
• Suddividere in lessie (arbitrarie)
• Inventariare i codici presenti nel testo
• Stabilire le correlazioni tra unità

ESEMPIO DI ANALISI TESTUALE

Un'ombra gira tra noi

Una specie di demonio si aggira dunque per la città, invisibile, e sta forse preparandosi a nuovo sangue. L'altra sera noi eravamo a tavola per il pranzo quando poche case più in là una donna ancora giovane massacrava con una spranga di ferro la rivale e i suoi tre figlioletti. Non si udì un grido. Negli appartamenti vicini continuavano, fra tintinnio di posate e stanchi dialoghi, i pranzi familiari come nulla fosse successo, e poi le luci ad una ad una si spensero, solo rimase accesa nel cortile quell'unica finestra al primo piano, e i ritardatari, passando, pensarono che lassù forse un bambino era ammalato, o una mamma era rimasta alzata tardi a lavorare, o altra scena, dietro quei vetri, di notturna intimità domestica; e invece là tutto era silenzioso e immobile; orribilmente fermi come pietre i quattro corpi di cui il più piccolo seduto sul seggiolone con la testa piegata da una parte come per un sonno improvviso, e fermo oramai anche il sangue i cui rigagnoli, simili a polpi immondi, lucevano sempre meno ai riflessi della lampada da 25 candele, facendosi sempre più neri. Così la città intera vegliò, inconsapevole, sulla mamma e sui tre bambini morti senza sacramento, abbandonati sulle gelide piastrelle, in tutta la loro corporale miseria, e fino a che non tornò il giorno e non suonarono le nove non ci fu a consolarli la pietà di nessuno.
...
D. Buzzati "Un'ombra gira tra noi", ne Il corriere della sera, 3/12/1946


ANALISI

Titolo
Presenza di un elemento "noi" di embrayage
Valenza semantica del termine "ombra": è importante che sia il primo modo in cui viene appellata Rina Fort; quasi avesse perso le sembianze di essere umano
L'uso del verbo "girare" apre il campo sematico della casualità del male da cui nessuno è al sicuro
Da notare che nel suo insieme il titolo è, come spesso accade, citazionale; è un calco sintattico, quasi vero e proprio parallelismo, dell'incipit del Capitale di Marx

Presenza di elementi indeterminativi
"Una specie", "aggirarsi", "invisibilie", "forse", nella prima frase conferiscono al tresto un alone di incertezza, di insicurezza. E' un demonio, ma non lo è. Si aggira, cioè si muove in modo non precisamente direzionato. E' invisibile. Crediamo possa prepararsi a spargere di nuovo del sangue, ma forse non è così.

Ipotiposi
In contrasto con l'indeterminatezza di alcuni elementi del primo paragrafo, una serie di elementi estremamente precisi costellano il testo di ipotiposi. Per esempio, "massacrava con una spranga di ferro", oppure "tintinnio di posate e stanchi dialoghi. A dare forza alle immagini è anche un compatto tessuto metaforico spesso espresso attraverso similitudini (da notare i "polpi immondi" e la testa del bambino chinata "come per un sonno improvviso").

Aggettivazione
L'aggettivazione è piuttosto fitta, al servizio delle tre osservazioni fatte prima: 28 aggettivi su 233 parole. Soprattutto, però, è significativa la disposizione spesso enfatica degli aggettivi qualificativi: "stanchi dialoghi" e "gelide piastrelle".

...dice Giuseppe Pontiggia, riguardo ai propri laboratori di scrittura:


"Scrivere non si può insegnare, ma si può avvicinare: spiegando come il significato possa cambiare spostando una parola, si fa acquisire un certo tipo di sensibilità nei confronti della parola e della frase. Mostrando ad esempio come si costruisce un attacco narrativo, come l'hanno costruito grandi scrittori, si può realizzare un'attenzione orientata che è il massimo ottenibile da un corso di scrittura".

“Postproduzione” di un testo scritto in gruppo


Abbiamo raccontato la vicenda di cronaca nera di Caterina Fort, di cui si occupò a lungo anche Dino Buzzati. Abbiamo usato fotografie e verbali dell'epoca.
Abbiamo diviso la classe di scrittura in gruppi di 4-5 inserendo uno studente L2 in ogni gruppo.
Abbiamo dato la consegna della stesura di un testo di cronaca sul caso ormai storico della Fort dal punto di vista di uno scrivente del 2009.

La redazione del testo avviene in gruppo. Il testo deve contenere una parola inventata.
Dopo avere scritto (tempo max 1h e 30minn) è il momento della valutazione, secondo i seguenti parametri:


- Ogni gruppo ha un numero 1-8
- Il testo viene classificato in base al numero del gruppo e alla parola “inventata”
- Il testo viene valutato con un punteggio da 1 a 6 da ognuno degli altri gruppi: la somma dei punteggi parziali è il voto del testo
- Ogni punteggio parziale deve essere conferito in base a tre indicatori: completezza di informazioni (0-2), correttezza linguistica(0-2), organizzazione retorica (intreccio, costrutti, figure) (0-2) La somma massima è 2+2+2=6.
- 42 è il punteggio massimo. Il compito è sufficiente con 32 punti.
- I compiti insufficienti devono essere riscritti.

Prima di tutto: quale lingua italiana?

Riporto di seguito il contenuto della presentazione della lezione del 30 marzo 2009, la prima del II modulo di Linguistica Italiana con Laboratorio di Scrittura (LM). E' utile a chi c'era per recuperare quello che ha perso; ed utile a chi non c'era per farsi un'idea della rassegna sistematica che abbiamo fatto in aula.

Il concetto di standard

Quadro storico-sociale (che cosa è cambiato dal secondo dopoguerra)
• Dialetti > italiano
• Formazione di una lingua media
• Sviluppo delle scienze e dialogo con linguaggi settoriali
• Contatto con l’inglese

Il comportamento linguistico (trascurato) degli italiani (le cause)
• Effetto negativo della televisione
• Reazione alla conservatività scolastica
• Eccessi di liberismo linguistico
• Un Consiglio superiore della lingua italiana?

Che cosa significa standard linguistico?

Il concetto ossimorico di stabilità flessibile riassume bene le caratteristiche dello standard linguistico.

Le funzioni dello standard
. Separazione (da chi non lo possiede)
• Unificazione
• Prestigio
• Riferimento
• Selezione linguistica (del materiale che è/non è "standard)
• Ufficialità della lingua scritta
• Normalizzazione

Standard dell’italiano: diacronia
1304,
Dante, De vulgari eloquentia: illustre (onorevole), aulico (regale), curiale (), cardinale (perno)
• 1525,
Bembo, Prose della volgar lingua: le due corone
Vs
– Machiavelli (fiorentino volgare naturale)
– Trissino (collage di volgari)
• 1840,
Manzoni: fiorentino colto
Vs
Ascoli: acculturazione

Standard dell’italiano: sincronia
Per collocare un fenomeno linguistico bisogna valutare le seguenti variabili sociolinguistiche, in base alle quali si può anche definire un fenomeno standard oppure no.
• diatopia (lugo)
• diacronia (tempo)
• diastratia (livello soco-culturale del parlante/scrivente)
• diamesia (mezzo di comunicazione)
• diafasia (contesto della comunicazione)

Standard e neostandard
hanno un rapporto di:
Continuità (continuità sintattica e lessicale)
Discontinuità (caduta del modello letterario)

Varietà dell’italiano
Difficili da afferrare in una struttura stabile. Due esempi (entrambi ottimi ed entrambi non-sufficienti)
• Dialetto
• Dialetto-regionale
• Italiano regionale
• Italiano comune
(Pellegrini 1960)

• Italiano formale aulico
• Tecnico scientifico
• Burocratico
• Standard letterario
• Neo-standard
• Parlato colloquiale
• Regionale-popolare
• Informale trascurato
• Gergale
(Berruto 1987)


...Esiste il concetto di "neostandand"
• Berruto (1987) lo pone in una scala di varietà tra letterario e parlato;
• Sabatini (1985) parla di italiano dell’uso medio;
• D’Achille (2003) sottolinea la non novità dei tratti;
• Cortellazzo (2000) riconosce caratteri peculiari
• Dardano (2008: 20): “non si può parlare di neostandardizzazione se non a prezzo di uno sguardo che enfatizza fenomeni marginali
• Sobrero (1993) parla di Italiano dell’uso medio
• Simone (1993) enfatizza fatti testuali
• De Mauro (1975) pone la relazione con l’apprendimento linguistico
• Serianni (1989) riflette sulla relazione con la norma linguistica


Linea di tendenza generale del neostandard


E' la seguente. parlato >>>a>>> scritto

Fenomeni morfosintattici

Linee di tendenza specifiche
• Omogeneizzazione dei paradigmi
• Riduzione delle irregolarità
• Costrutti sintetici > Costrutti analitici (Cui la porto>Che gliela porto)

Fenomeni
• Dislocazioni
• C’è presentativo
• Nominativus pendens
• Frase scissa (nel PD è la coesione che manca) e pseudoscissa (è questo concetto che vorrei passasse)
• Costrutto tema/rema (Veltroni, è rottura)
• Che polivalente
• Relativa debole (e che indeclinato)
• Dativi etici
• Congiunzioni trasformate e conguagliate: così (finale); come mai, com’è che (interrogativo)
Tempi e modi verbali:
• imperfetto (di cortesia, di creazione, dell’irrealtà),
• futuro epistemico
• Presente pro futuro
• Passato prossimo pro futuro anteriore
• Indicativo pro congiuntivo
Riduzione dei paradigmi pronominali:
• Personali (egli > lui)
• Clitici (le, loro, ci > gli)
• Dativo etico
• Che cosa? > Cosa? (Che?)

Lessico e morfologia

Linee di tendenza specifiche
• Standardizzazione del registro basso e del gergo (arrabbiarsi, per forza, balle, casino)
• Riduzione delle allotropie (giovine/giovane)
• Neologismi semantici (curva dello stadio), neoformazioni (gommone, paninoteca), prestiti e calchi
• Sostituz. di forme analitiche con sintetiche

Fenomeni
• Neologia combinatoria, soprattutto con:
• Suffissazione in –ista (casinista), -ismo (casinismo), -zione (formattazione), -mento (incasinamento), -izzare (berlusconizzare), -abile (pensionabile), -ale (decisionale), -erìa (nutelleria), -ato (palestrato), -ino (telefonino, faccina), grado zero (reintegro, utilizzo)
• Prefissazione (inter-, tele-, para-, mega-, super-, euro-, bio-) con risemantizzazioni (euroconvertitore)
• Motore di ricerca, codice a barre, posto di lavoro
• Neologia semantica: processi metaforici di ampliamento, metonimia (navigazione informatica, radiografia della situazione)
• Prestito linguistico:anglismi anche in medicina (check-up), oltre che in finanza (leasing), sport (pole-position); anche francesismi, pochi ma importanti (informatica, riciclare, crescita zero)
– Calco omonimico (pressurizzare>to pressurize)
– Calco sinonimico (grattacielo>sky-scraper)

Testualità e pragmatica

Linee di tendenza specifiche
• Semplificazione sintagmatica (ipotassi>paratassi)…
• e paradigmatica (riduzione tipologica dei costrutti subordinativi: di, che, perché, per, a, e coordinativi: che, perché, quando, mentre, così)
• Frasi nominali
• Regresso delle riprese pronominali toniche (egli, ella) a favore di riprese lessicali (incapsulatori e parafrasi)

Fenomeni
• Uso e abuso della catafora (spesso con disl.dx.: li vedremo tra poco i risultati delle dimissioni di Veltroni)
• Introduzione implicita di un referente testuale (in vacanza c’era questo tipo che ci manda…)
• Anadiplosi anche con sinon./incapsulatore (promuove lo stile Berlusconi. Uno stile Berlusconi che spopolava in Europa…)
• Stile franto (interpunzione forte) e frequenti focalizzazioni (spostamenti di costit. testuali)
• Accumulazione sinonimica e antonomasica (soprattutto in testi giornalistici e politici)
• Citazioni dirette e indirette (pubblicità, titolistica)
• Percontatio (interrogative retoriche e tipo presentativo: Walter? Un incapace)
• Declino della subordinazione
• Complementi differiti (o indipendenti: rapinatore evade. Con le lenzuola.)


Proponiamo ora un esempio di testo (Ansa-3/09) in cui molti dei fenomeni di dettaglio elencati possono essere osservati attraverso la lingua viva. Segue l'analisi.


(ANSA) - ROMA, 17 MAR - Chi l'ha detto che l'amore romantico non dura per sempre? Invece sono proprio queste storie d'amore quelle destinate a durare tutta la vita e sono quelle che assicurano maggiore soddisfazione e felicita' al rapporto. E' quanto emerge da una ricerca di Bianca Acevedo, che oggi lavora alla Universita' di Santa Barbara pubblicata sulla Review of General Psychology. Meno soddisfacenti invece sarebbero gli amori passionali destinati a spegnersi subito come fuochi di paglia e anche quei rapporti in cui il partner diventa un compagno, un ''amico'' e si perdono i segni dell'amore tramutati in affetto e amicizia. Tutti a dire che l'amore con la 'A' maiuscola si consuma dopo il primo periodo di relazione trasformandosi in qualcosa di meno 'folle', come se i due innamorati a un certo punto fossero 'condannati' a tornare coi piedi per terra. Questo studio su 6070 persone promette invece l''eternita'' all'innamoramento. Gli esperti hanno stimato il grado di soddisfazione della coppia a breve e lungo termine considerando tre diversi tipi di rapporto: quello che loro chiamano amore, fatto di intensita' di sentimento, attrazione sessuale, impegno e promessa reciproca dei partner; le convivenze che somigliano piu' a un'intima amicizia; il rapporto passionale, intenso ma anche ossessivo e privo di quella sicurezza insita nell'amore romantico. Gli esperti hanno trovato che i partner che provano soddisfazione maggiore dal rapporto a lungo termine sono coloro che sono coinvolti in un rapporto d'amore romantico che godono anche di maggiore autostima e felicita'; la passione soddisfa solo a breve termine e la convivenza 'amichevole' da' poca soddisfazione sia a breve sia a lungo termine. Non e' vero dunque, conclude Acevedo, che una lunga relazione uccide l'amore, se di amore vero si tratta.

(ANSA).
17:16 17-MAR-09


Ad elenco, seguendo il dettato testuale, possiamo osservare:
- la presenza di una “domanda retorica” che non è, però, una percontatio. (Chi l’ha detto che…);
- un’anticipazione pronominale caratteristica delle dislocazioni a destra (…l’ha detto che l’amore romantico…);
- l’introduzione implicita di un referente testuale con focalizzatore (proprio queste storie con riferimento all’amore romantico);
- una frase pseudoscissa (sono proprio queste… che…);
- la mancata ripresa pronominale testuale tipica dello stile giornalistico (…rapporto. È quanto emerge…);
- una collocazione sintattica (…emerge da una ricerca…);
- la scarsa trasparenza sintattica (…da una ricerca di Bianca Acevedo, che oggi lavora alla Universita' di Santa Barbara pubblicata sulla Review of General Psychology: 1-ricerca, 2-Bianca, 3-Università, 4-S.Barbara, < 1a-pubblicata);
- la riduzione sintagmatica e paradigmatica delle congiunzioni (Invece sono… invece sarebbero… promette invece…)
- l’uso del condizionale tipico delle informazione riportate dello stile giornalistico; (…sarebbero…);
- alcuni stereotipi lessicali (come fuochi di paglia…o i generici esperti di gli esperti hanno trovato… gli esperti hanno stimato…”);
- un accordo quasi a senso (…i segni dell’amore tramutati in affetto e amicizia, dove non sono i segni a essere tramutati, ma l’amore!);
- i frequenti ammiccamenti espressi dalla virgolettatura (“amico”, “A”, “folle”, “condannati”, “eternità”);
- una forma decisamente tipica dell’oralità (Tutti a dire…);
- una struttura del linguaggio scientifico (Gli esperti hanno stimato il grado di soddisfazione della coppia a breve e lungo termine considerando…);
- la punteggiatura non sempre disambiguante (si perdono i segni dell’amore tramutati in affetto e amicizia…, … le convivenze che somigliano di più…);
- l’ellissi del secondo termine di paragone (le convivenze che somigliano di più…);
- la presenza di crossing tra due strutture sintattiche concorrenti: provare soddisfazione con/in/a + trarre soddisfazione da (i partner che provano soddisfazione maggiore dal rapporto…); e, fino a determinare un vero e proprio anacoluto: gli esperti hanno trovato che i pazienti sono coloro che… + sono coloro che…che godono anche…(Gli esperti hanno trovato che i partner che provano soddisfazione maggiore dal rapporto a lungo termine sono coloro che sono coinvolti in un rapporto d’amore romantico che godono anche di maggiore autostima e felicità);
- il ricorso a una sintassi elementare (la passione soddisfa solo a breve termine e la convivenza “amichevole” dà poca soddisfazione sia a breve sia a lungo termine).

Ed ecco ora due esempi di lingua letteraria in cui alcuni dei fenomeni visti diventano consapevoli marche di stile:

Luther Blisset, Q, Einaudi, Torino, 2004, Cap. I

Quasi alla cieca.
Quello che devo fare.
Urla nelle orecchie già sfondate dai cannoni, corpi che mi urtano. Polvere di sangue e sudore chiude la gola, la tosse mi squarcia.
Gli sguardi dei fuggiaschi: terrore. Teste fasciate, arti maciullati... Mi volto continuamente: Elias è dietro di me. Si fa largo tra la folla, enorme. Porta sulle spalle Magister Thomas, inerte.
Dov'è Dio onnipresente? Il Suo gregge è al macello.
Quello che devo fare. Le sacche, strette. Senza fermarsi. La daga batte sul fianco.
Elias sempre dietro.
Una sagoma confusa mi corre incontro. Mezza faccia coperta di bende, carne straziata. Una donna. Ci riconosce. Quello che devo fare: il Magister non deve essere scoperto. La afferro: non parlare. Grida alle mie spalle: - Soldati! Soldati!
La allontano, via, mettersi in salvo. Un vicolo a destra. Di corsa, Elias dietro, a capofitto. Quello che devo fare: i portoni. Il primo, il secondo, il terzo, si apre. Dentro.
Ci chiudiamo il portone alle spalle. Il rumore cala. La luce filtra debole da una finestra. La vecchia siede in un angolo in fondo alla stanza, su una sedia di paglia mezza sfondata. Poche povere cose: una panca malmessa, un tavolo, tizzoni che ricordano un fuoco recente in un camino annerito dalla fuliggine.


A. Baricco, Novecento, Feltrinelli, Milano, 1994, p. 11.

Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire… ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte… magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l’America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l’aveva fatta lui, l’America.

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